Irma

Gli stava dipingendo il corpo.

Di giallo e di bianco.

Iniziava così, a pensare ad un fiore.

Un paesaggio lunare, innevato, salato.

Una bocca di leone.

Irma non poteva sapere, in quel momento, che stava dormendo. Ma che sognava lo sapeva. Da come, al risveglio, si sarebbe dimenticata di tutto.

Però non era ancora l’ora di aprire gli occhi. L’orologio era fermo e senza lancette. I colori non stavano tra le setole dei pennelli, e non era importante, perché usava le dita delle mani.

Dipingeva a memoria di forme e sostanze, di sfumature e geometrie, di odori d’infanzia, di ricordi e mancanze.

Non ho scoperto qualcosa su di te – aveva detto la sera precedente – ma in me.

Ripensava alla frase nel sogno, mentre passeggiava su una terrazza e i tuoni facevano vibrare il grigiore del pavimento.

Stava contro ad una parete alta, la gonna corta, le braccia nude. C’era altra gente con lei ma, nel frattempo, era anche sola nel letto. Le sue gambe non camminavano affatto, morbide e intrecciate. Spingeva l’addome contro la schiena di lui. Contemporaneamente pioveva.

A distanza simbolica, una donna la chiamava per nome. Le diceva che il fulmine non l’aveva colpita. Eppure, il bagliore, lo sentiva anche con gli occhi chiusi.

Ebbe una sensazione strana nel cercare di capire cosa stesse succedendo. Perché non riusciva.

Quanto voleva capire, Irma, fino allo sfinimento.

Era la stessa donna che, spesso, diceva agli altri di lasciarsi andare, che non era necessario capire.

Allora lì, nella dualità del duello, si sentiva tramortita. E stranamente ne gioiva.

Da una parte viveva eroica il buio che bacia i respiri.

Dall’altra viveva il pieno giorno che bruciava.

Vere erano entrambe le scene. Irma poteva fare l’amore o restare accucciata in un angolo a proteggersi il viso dalla luce. Poteva insomma farle tutte e due. E viverle, soprattutto.

Chi la sfiorava da un lato, sentiva il sudore della sua confusione colarle abbondante dalla fronte al collo.

Chi le parlava dall’altro, le aveva dato un nome che apparteneva ad storia che non aveva né letto né immaginato.

Era Irma che poteva scegliere.

E, sempre Irma, scelse.

Allungò le gambe e si fece ansimare. Mai distensione conobbe una rilassatezza tale dei muscoli e dell’anima.

Si chinò per terra e si abbracciò le ginocchia. Mai cura fu più efficace.

I gesti si mischiavano come si mischiano gli aromi di candele e d’incenso.

L’aria era lei che li ospitava e assisteva.

Che se poi qualcuno avesse voluto dirla protagonista, sicuramente lei avrebbe negato.

Quella notte non aveva espresso alcun desiderio.

E forse, nel dormiveglia, non è proprio dell’attesa che si ha bisogno.

Aveva supplicato, questo sì.

Aveva chiamato, questo anche.

Ma poi il trasporto, la guida, venivano oltre.

Senza che ci fosse un proprietario e un oggetto.

Senza arrivare dove si era voluto.

Alle volte, capita di credere di voler sapere prima ancora di essersi adoperati a contare lo spazio. A creare le condizioni. A misurarsi.

Ed è troppo presto.

Potrebbe arrivare l’inaspettato.

Qualcuno o qualcos’altro.

Cosa vorresti scoprire? – gli aveva chiesto lui.

Stupiscimi.

E si svegliò.

©

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