A(t)terra

Ti cerco – insolitamente – nella maniera che, più d’ogni altro movimento, mi riesce.
Nel sonno, nel fiato, nell’origine.
Cadere.
Senza preavviso di vertigine, con solo qualche segno da rimandare nella speranza che tornerà a farmi visita – magari insieme a te – da chissà dove.
Spaventata da ogni impegno preso, incerta sul da farsi e sul disfarsi delle voglie, attonita a fissare dove ti poggiavi – tu – e rapita da una visione che non c’è e che, allo stesso tempo, persiste.
Con te sono cresciuta resistendo, concentrandomi sul vissuto che si esprime e ci esprime, in ogni caso normale o atipico del vedere le cose.
Attraversata da pensieri indotti, continuo a chiedermi come intendo un concetto, uno qualunque, uno per tutti, uno e poi gli altri.
Aiuto.
Consumo i ricordi e mi si alimenta il respiro.
Ad ogni gioia uno sguardo di complicità, ad ogni dolore un gesto di protezione che ti ha stretto al mio petto per catturare la forza di un’unione non pronunciata, nemmeno accorta, non celebrata.
C’era, un legame sottile.
Quasi mi sembra – ora – di non averlo notato dall’inizio, nonostante il bacio romantico dell’incontro e della scelta, in quel salotto quadrato esposto al buio del bosco la mattina, che filtrava un bruciante mezzodì fino alla torsione del balcone; il glicine e le prugne, il frutteto di fronte, la brezza di vigna che costellava le statali e la ferrovia che inseguiva i miei ritardi, le mie inesperienze, le mie avventure; in mezzo ai campi non c’era campo, fuori da tutto e fuori controllo, un giorno ho quasi rovesciato l’auto dentro ad un fosso mentre accorrevo in soccorso per l’incidente di Olivia.
Resto al nostro tavolo a pensare, da sola.
Solitamente mi piace chiedere una mano nel gioco della memoria, senza passarla, sempre terrificata di dimenticare l’essenziale, vorrei avere menti salde che tappassero le mie lacune.
Così non è.
Accetto quei tagli che mi bruciano ogni volta in cui scavo e non ricordo.
A chi potrei chiedere?
A nessuno.
Mi sforzo – lo giuro – sia di scavare disperata e sia di aspettare che germogli qualcosa; mi sforzo – perfino – di arrabbiarmi e di stare calma.
Così è.
Avevo te.
Ad ogni amore uno sguardo d’intesa, ad ogni frattura un gesto di cura che ti ha portato a me per lasciarmi ancora una scoperta nuova sul significato di fiducia.
C’era, un legame di miele.
La profonda incomprensione di chi vuole razionalizzare, eppure sentire, al di là delle parole.
Dimmi.
E tu mi guardavi.
Ed io sapevo.
Ma tu prima di me.
Suggerivi forte, con la signorilità di una presenza lieve, con una voce tonda e in costume di Carnevale, travestita da pianeta inesplorato.
Anche tu non ti sei mai fatto definire.
Mai un dubbio, qualche spavento, fiuto per le persone, malleabilità d’ascolto; richieste da cielo sereno che fanno dischiudere i desideri verso l’alto, sogno cauto e calmo, udito potente ed avvertimento, passo danzante contro le gambe, un collo sinuoso e testardo; bontà nella fronte, e coda da amazzone imbrigliata al tuo nome quando lo accostavo alla domanda: dove sei? Allora rincasavi dall’ovunque.
Non sono solo idee.
Non è percezione.
Mi hai vissuta più di chiunque, guardata senza operare meccanismi. Ti sei affidato quanto meno mi aspettassi di insegnare, portare in salvo, aiutare, esserci.
Così è stato.
Mai un dubbio, su di me. Allo stesso tempo non ho avvertito sicurezza, fino ad ora. E solo adesso, se ci penso, perché ti penso, ci riconosco.
Né dubbiosi né sicuri.
In quel luogo, ora lo so, senza estremi né vie di mezzo.
Un altro posto.
Non sai quanto mi manca, o forse sì.
Piccolo.
Vieni quando vuoi.
Io non ti aspetto, sono qui.
Perciò non mi sono festeggiata.
Ma augurata sì.

©

Augurio: dal latino augurium, per i romani significava la divinazione del futuro attraverso il canto oppure il volo degli uccelli.

Foto da Pinterest

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