INCIPIT

Lo indicò tra i sedili verdi, fino a toccargli il petto con un dito.
Era la sua città di partenza, la provincia di un animo da ricostruire.
Un foro di proiettile disegnava con precisione le coordinate del cuore. Aveva schivato lo sparo, qualche anno prima, concedendo al dolore una posizione più comoda, tra la terza costola e le vertebre dorsali, protetta da una postura piatta che imprigionava le spalle all’ombra del mento.
Lui fumava la pipa, e sapeva di vaniglia.
Lei era appariscente, e non lo avrebbe mai detto.
Si erano raggiunti di soppiatto, accompagnati dai rumori degli altri, e ancora non avevano visto l’attenzione che alcuni silenzi offrono per iniziare a parlare di se stessi.
Lui si accorse subito del gesto di lei, però, e rimandò una lusinga con gli occhi fino al suo polso vitreo che, in quel momento, era saldo. Brillava di lettere insabbiate nelle circostanze che stagnano.
Era stato, fino a lì, un viaggio contrastante.
I saliscendi della vita si erano plasmati alle costituzioni robuste, ma gracili e provenienti da nascondigli scelti per l’amarezza di sentirsi sbagliati.
Eppure, su quel treno, a quel punto, il viaggio si muoveva appena.
Perfino la guida era diventata omogenea ai sogni a breve termine.
Ogni stazione era un rimando di intervalli senza capi, ed i passaggi a livello arrossivano spesso sulle carnagioni di certe campagne del sud.
Sempre più incolte.
Sempre meno rade.
Al suolo sarebbe stato più facile prevedere il mattino e la notte, nonostante tutto sparisse abbracciato al fumo. In aria era inconsistente perfino un biglietto convalidato con largo anticipo.
Lei sorrideva laconica, nell’intimità ritrovata in un vagone desolato.
Lui si affrettò a passarle davanti, senza pudore, sottoforma di confidente.
Quando lei alzò la mano, da sopra le spalle lui le sfilò il maglione, solo per guardarle l’abisso dello sterno. Mai s’era potuto immaginare un collo così fiero di desiderare le sue impronte.
Dimmi una cosa che non hai mai detto e nessuno – le chiese – qualcuno te l’hai chiesto mai?
No, mai, e mi rifiuto di parlarti di me – gli disse, contraendosi in una statua della libertà decadente.
Io penso che tu stia negando al Mondo le tue storie più belle.
E proprio quando la bellezza accadde dentro ai finestrini, le parole si scrissero sulla pelle e tornarono a galla gli inganni.
Anche chiedere smette di esistere se non credi più alle risposte.
Ignorami – continuò lei – ché a pensarle, certe cose, si rivelano nelle prime volte che hai sempre sperato di ricevere.
Ottenere è un buon consiglio se hai già conosciuto l’equilibrio del sacrificio senza rinuncia.
Nascono dubbi, svaniscono teorie.
Tu, dentro di te, vai scoprendo.
Via via, privo di controllo.
Fuori dai denti, salta la copertura dei nervi e atterra sulla sensualità degli incontri.
L’amore fa il resto.
Flette la terza dimensione.
Nel farsi racconto, ti viaggia accanto.
Fu allora che provarono finalmente piacere.


©

Foto di Marcello Piu

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