– storiella –

Un sospiro alla volta, contiene meno di quattordici parole.
Me l’ha detto l’aria – che non era un segreto – ma non ho nemmeno provato ad espirare.
Fiducia. Se contassi le sillabe, scenderei di due ottave dal significato della frase, qualunque essa fosse. Con i denari che non ho ancora guadagnato, e un sacchetto di castagne crude, un quaderno a quadretti mi lascia troppi spazi bianchi e freddo alle mani.
Allora mi conviene prestare.
Attenzione.
La precauzione, invece, non è mai abbastanza. Come, del resto, per me, non avanza mai nulla, e mentre il ricavo lo porto sul merito delle disuguaglianze, avverto un fastidio enorme alla base del collo.
Esagerazione.
Ho sognato una storia di sessantatré caratteri, pari ai protagonisti e dispari ai fatti. Lì per lì nessuno combinava niente, si lamentava solo degli altri e chiamava gli ingredienti del giorno ‘demolizione’. Altrove c’era stato il tempo di inventare ricette, per la troppa fame o per la mancanza d’arte. Ovviamente c’era un caos ovunque. Tutti volevano parlare. Tutti volevano ascolto.
Se parlo non ti posso ascoltare – ha detto qualcuno.
Niente di fatto.
Nelle vite precedenti di quel sogno, la premessa spettava ad un solo uomo e ad una sola donna.
Lei era donna per certo. Aveva fascino e stava bene con tutti. Ma, forse proprio per quest’ultima sua proprietà essenziale, non stava con nessuno. Né con quell’uomo né con quelli di dopo. Quanto alle altre donne, ne invidiava il confine, ponderando l’alternanza di pregi e difetti che non riusciva a concepire, perché disponeva di pochi orizzonti. Di tanto in tanto, sceglieva una serata o un tardo pomeriggio per cercare qualcosa che fosse come lei, definita e definitiva.
Una luce. O spenta o accesa. O fioca. O intermittente. O pulsante. O psichedelica. O costante. Tutte queste ‘o’ disegnavano in cerchio la sua bocca, tremando i labbri per la rabbia, perdendo il controllo della pronuncia, svilendo la sua bellezza.
Sfigurò accanto ad una domanda e divenne, paradossalmente, una come tante, che sta bene con pochi. Non si riconobbe.
Il lui in questione, che era rimasto in disparte a decidere quali fossero le sue priorità, era un elemento camaleontico. Era un po’ uomo e un po’ assomigliava ad altre specie animali. Non sapendole definire con esattezza, riempiva gli anni studiando gli alti e perdendosi in un’incertezza verbale che lo elevava ad eccezione.
Era un fortunato rappresentante della qualunque, con il preciso compito di precedere le trasformazioni del futuro. Sapeva aspettare un’occasione per sempre, così un appuntamento, un complimento, un rimprovero, la vita stessa.
Lo elessero Re in un attimo, poiché non passava mai all’azione.
Quando lei gli parlò la prima volta lo fece senza mezza termini, dato che possedeva oramai ogni aggettivo. Lui non li capì subito, gli ci volle tutta la confusione dei suoi sudditi ed il fermo amministrativo del destino.
Driiiiiin.
Al mio risveglio, li lasciai a parlare che i caratteri si erano ridotti di un terzo.
Nulla era mai stato, prima di allora, così superfluo, come quel regno.
Che finì, una volta per tutte, nelle identità di ciascun partecipante.
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Foto di joyhoperule
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