tuttodiseguito

Sbuffo. Qualsiasi ora lampeggi sulla sveglia. I led verdi m’ingrandiscono gli occhi. Non ricordo se li avevo marroni, ieri. Li stropiccio un poco e mi si contraddistingue la pupilla. Nera. Ansima d’acciaio. Racchiude un gioiello. Disperde paure. Non sono pronta. Non sono ancora pronta, dice. Mi sveglio con la voglia di usare una frase breve. Brevissima. Come i respiri che si morsicano mangiando. Mi vado di traverso. Imploro un attimo di concentrazione sul dunque. Sembro una consonante triste che tartaglia fra vocali sparse. Seria, dicevano. Non sopporto l’ironia fuori luogo. Mi dispiaccio. Mi raccapriccio se sono passate le nove. Sbadiglio. Guardo oltre la mia spalla sinistra e ritrovo le pareti velate d’agrumi. In realtà c’è ancora l’odore della candela all’arancia nell’aria che mi avvolge le gambe. L’ho spenta prima che facesse buio, ieri. Seppure il profumo che rimane sia il tuo, ed il tuo solo. Mi accendo all’improvviso. Tutto si unisce alla buonanotte che serpeggia in un’allitterazione di esse. Sette settembre. Ho sete. In cucina la porta è socchiusa. Metà tenda è tirata dalla parte dei sogni. Quando li chiami ‘desideri’, non so cosa dire. ‘Grazie’ è una delle prime parole che ho imparato a volere. Col senso della profondità che si fa sempre più riconoscente. Poi riemerge dalle viscere delle amicizie. Se ci penso adesso mi si schiarisce la voce. Non parlo. C’è il silenzio di chi sta da solo e pensa. Rimugina in senso antiorario. Domani continuerò a farneticare come l’altro ieri. Se smettere fosse una scelta, saprei spiegare il perché dei miei monologhi. Quando ‘interiore’ non vuol dire chiuso a chiave. A volte ci si lascia accompagnare dalle cose. Ed è così bello, in quelle volte, cedere il passo. Ha a che vedere con una gelosia mite. Fai tu, che io ho fiducia. Tornerai da me e ti cederai a tua volta. Mi riferisco al passo, che l’andatura poi è la stessa. Mi segue anche se mi nascondo. Vuole sorreggermi la vita che mi pesa. Grazie, dico. Credo che col sottofondo degli Aerosmith sia più semplice scrivere. Forse oggi mi tocca la musica che non ascolto da anni. Forse anche io mi rappacifico coi vent’anni scorsi. Forse coi miei ‘forse’ ci costruirò certezze. Che poi servono ad imbastire tentativi, non a far finta di niente. Forse staranno bene con le lacrime non versate. Che poi vincono sulle guance perplesse per ogni ‘io sono questo’ che si suicida dopo averlo promesso a lungo. Forse, prima di versarle, ne avrò già assaporato il piacere della limpidezza. Che poi perde di significato se sai nuotare ad occhi chiusi. Magari ne saprò fare scorta, oltre alla caduta – tra ciglia di mani che conservano – e capirò su cosa ci si bilancia a trent’anni. Forse saprò misurare i contrappesi. Abbasserò la scure, col manico canadese, e la lama separerà i sensi di colpa dalle pretese. Amare è l’essenziale. Come i testi che si conservano dalle sigle dei cartoni animati. Ci pensi mai quando ti chiedo se li ricordi? Io non me li ricorderei. Poi parte la melodia e la prima nota taglia di netto. L’imprecisione del tempo, più che del cantato. Il riportarlo sommariamente. L’anteporre il presente. Allora l’andatura è maldestra. Mimami come sei arrivato fin qui, e come ci stai. Qui. Lo sapevo. Gira a sinistra. L’ho beccata, l’andatura, anche se si muoveva. C’è sempre un punto cieco che ferma il gioco. Si nasconde anche lei, come i piedi fra loro – imbarazzati – dietro le verità con la V maiuscola. Tra quei picchi d’incertezza che gonfiano il petto e stimolano l’intuito. Lo chiamo ‘tatto’ quell’accenno d’interesse che si preoccupa e lenisce. Mi piace. Ci vuole posa e teatro, garbo e perseveranza. Lo voglio. Poi raccogliamo. Abbiamo seminato tanti di quei fiori ai funerali dell’ovvietà. Scarpe per terra, semi di lino, incongruenze che s’inceppano sulla pancia. More nei palmi, chicchi di riso. Gonne scozzesi, vestiti senza maniche. Bugie sotto agli occhi di tutti, dalle dita affusolate che suonavano il pianoforte quando eravamo troppo deboli per raccontarle in piedi. Goffi, com’eravamo, con le mani sui fianchi più per dissimulare panico che per credere agli attacchi. Amazing. Arriva l’ora del thé. Sarà una responsabilità prenderti le parole con la voce e portartele alle labbra senza che tu ti possa accorgere di avermi così vicina. Lo so. Arriverà alla bocca come l’aroma delle pigne che ardono. Biro rosse tra i boccoli e la neve. Un sorriso di troppo mi muoverà le mani per sempre. Natale, o novembre, o marzo. Un gesto repentino, abituale, cortese, antipatico. Sarà. Niente di che. Tutto quello che vuoi. Postponi.

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