Se ci sei. Sei.

Mi accovaccio nello spazio di un muscolo rilassato.
Mi si distende tutta la colonna vertebrale.
Penso che le mie scritte brevi abbiano ormai fatto posto ai lati del mio carattere, che cercano strade parallele. Suggestive come certi scorci intravisti appena. Di sfuggita. Sfuggita com’ero – anch’io – a comprimere e a minimizzare.
C’era il tuo volto, e poi un altro.
E poi un altro ancora.
C’era gente vera – e leggera – che gridava come gabbiani.
Non m’infastidiva.
Avevo una voce sommessa, io, e pennellavo con la sabbia i loro voli in deltaplano.
Avevo una voce a più mandate, e la giravo attorno alla gola.
Di liquirizia.
Uno.
Due.
Tre.
Strusciavo per sentirne la morbidezza.
Nera.
Ad ogni strappo, cantavo gli slanci armonici delle mie canzoni tristi. A sconfiggere il dolore del niente, che ruba gli aliti.
Hanno vinto i polmoni.
Ora mi accovaccio.
E lo spazio delle ossa fa scorta di relazioni intenzionate a realizzarsi.
Ora so che tutti quei volti sono tornati a prendermi, per la compagnia di un momento intimo. Da condividere poi.
Se ci sei.
Sei.
Lo stacco decisivo, e il dondolio confuso.
L’arresa che arretra, ed il pugno che la tiene.
Un bicchiere pieno d’acqua naturale che affoga nei miei dispiaceri. Io lo sento chiamarmi, nell’immobilità dei contorni di vetro.
Lo afferro.
Lo voglio.
Bevo.
Stilizzata sulla colonna vertebrale stesa alla pioggia.
Per asciugarmi dai tremolii di certi ricordi. Secchi.
Disegno uno spicchio di cuore con l’indice.
Forse diventerà una spirale.
Di mare.

©

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