Santa Maria del Fiore.

Eclissami gli ansimi.
Come la sera in cui ci giurammo di non prometterci altro, stavamo sui gradini della Basilica di Santa Maria del Fiore, e tu avevi un pacchetto di sigarette per metà vuoto e per metà in forse.
Così mi porgesti le dita con cui avresti baciato guance e labbra.
Se non fossero stati i respiri, io, ora, disdirrei ogni patto, perché ho tradito ciò che non potevo prevedere. Ed è normale che sia, ora, un tradimento che mi fa sorridere di gusto, perché comprende esattamente ciò che lascio di essenziale agli altri da decifrare. Questo l’ho sempre saputo, eppure, tu conosci l’inteso ed il frainteso che si libera negli schiaffi del vento.
Mi sono messa in gioco, ho scandito.
Non avevi cenato, le ossa scomposte dal freddo, la brina che elevava le luci specchiate sull’Arno, ed un giaccone comodo per due estranei che credono di essersi detti tutto.
Tutto era già scritto da un po’, e trascritto anche a voce, nelle registrazioni che sono rimaste visibili nella mia rubrica per i mesi che servono a racchiudere date.
Tu non lo sapevi che dicevo il vero, ed io non ho ordinato nemmeno un cappuccino. Però tu hai creduto – l’ho sempre riconosciuto e tu lo sai – che dicessi il minimo per far infuriare l’ovvio.
Non occorre che aggiungo, ora, ma non riesco nemmeno ad evitarlo, quanto spesso ho ricordato il riverbero dell’acqua che chiamava.
Caterina.
Non lo sapevo ancora che sarebbe stato mare.
Salata lo era, ed io sono fuggita.
Scappata.
Schiacciata.
Agghiacciata.
Era così come doveva essere, il richiamo, all’apice della volta che sovrastava le nostre teste.
Mai più ho visto stelle come allora. Mai più.
Accadde la richiesta che non avevo mai osato impersonare, l’alibi del disincanto che non ha più scuse e cade, un relitto trasformato in galeone.
Il Piccolo Carro era così facile da vedere.
Fu un attimo.
Lo hai notato così piccolo dentro al palmo della mia mano.
La notte è durata fino alle quattro di mattina, la fontana lucida di fotografie e gli Uffizi gracili sotto al peso della storia.
Effimero, tutt’intorno, e vagamente familiare.
Come se io fossi stata altrove.
Come se tu non fossi davvero tu.
Ed invece, lo spiraglio era in agguato nel luogo più intimo delle mille-e-una-notte.
La nostra.
O ti giro attorno, o mi ruoti dentro.
Ora.
Luna.
Fatti guardare, e tenere, e portare, e avere.
A pieni polmoni.

©

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