L’orologio a pendolo.

A trent’anni ho imparato il piacere dei nomi. E da allora le cose sono diventate incastri da chiamare con la punta delle dita.
Luci sotto la lampada.
Memorie da zuccherare fino all’eccesso.
Luoghi spianati dai paradossi delle cime.
Cucù?
Mi vedi?
Rivedo.
La brillantezza che sembrava uno sbaglio, la trasformazione di ciò che accade fuori programma.
Ci siamo persi?
Ricorda il mio nome.
Ti vedo abbassare la voce in certe parole, quando il punto zero è l’asta che tara la conoscenza. Poi la alzi fermando le labbra, e sento solo il silenzio di due momenti che si allontanano.
E piangono.
Piangono.
Piangono.
Mi vedi?
Cucù.
Fa l’orologio a pendolo.
Oscilla le strade nei centimetri di passato che ho teso a dimenticare. Scoccano all’improvviso, rendono la nostalgia.
Mio padre davanti a scuola che litiga col vigile. È ancora in ritardo. Ha una stationwagon grigia con l’adesivo di un pastore tedesco sul finestrino posteriore.
Mio padre è un olmo abbronzato fino ai gomiti.
È bello, mio padre.
Quando non suda, ride. Quando non ride, suda. Per il resto, ha solo baffi neri come l’ignoto e questa dev’essere la sua prima estate in città.
Poi mi tuffo nei miei trent’anni. Coi nomi che prima non mi erano serviti.
Come ti chiami?
Non ti vedo.
L’orologio sta zitto, come in casa dei nonni.
A trent’anni mi è scesa una previsione strana in gola. L’ho vista allo specchio e me ne sono innamorata.
Allora è questa l’importanza che mi fa parlare di me. Con cognizione d’effetto e poi, dopo, di causa.
Rifletto.
Ti voglio vedere.
Con questo modo che ho di rispondere senza domande. Quando basterebbe poco – uno spicchio di fiato – per cercarsi in un punto interrogativo.
E rimediare a tutto. Tutto quello che conservo in pancia.
Cucù?
Mi sono troppo abituata. E dico sì o no agli imperativi che governano le frasi.
Non applaudo.
Giudico.
Medito.
Riverso su di me i pregi e i difetti degli altri.
Poi patisco.
Poi cerco il mio nome e cognome. Come cerco le terre della mia stranezza che dico sempre più strana.
Ora sono pronta.
Ora lo dico.
Non so come mi chiamo, ma so la mia presenza nelle cose che faccio.
Sento.
Vedo.
Offro.
Prendo.
Mi mancano dei verbi, ancora, ma sono nata sapendo come si cerca quello che non si sa chiedere.
Abbassati ancora per baciarmi.
E stai con me.

©

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