In memoria del giudizio.

Se mi avessero parlato del compiacimento – e forse qualcuno me ne ha pure parlato, in passato – credo che avrei scosso la testa.
No.
Dal mento.
Fino alle spalle.
Col naso a spartitraffico fra i riccioli, che avevo biondi.
Senza parole.
No.
Quelle sarebbero diventate tatuaggi che si scelgono con calma.
Avrei anche ascoltato parlare, come quando tento di assorbire le lezioni che non mi sono destinate. Ho la pretesa che siano per me. E le faccio mie.
Avrei scosso la testa, dicevo.
Se.
No.
Forse qualcuno me ne ha pure parlato, in passato. Del compiacimento. Forse quando ero concentrata sull’antefatto, così estenuata dalle conclusioni. Avvitata nei monologhi, intontita da concetti che ingabbiano, infreddolita dai pensieri lunghi che rimangono pensieri.
Giocavo a dadi nel tempo di un ricordo che non voleva farsi ricordare.
C’erano giardini da mettere in salvo, quadri da far rivivere nelle biblioteche degli occhi. C’erano sogni che non avrebbero potuto dormire, proprio mentre ti fissavo le labbra schiuse e intravedevo la tua lingua riposare.
Sì.
Quant’era bello starti al limite. E respirare la pace delle tapparelle abbassate, la cadenza dell’improvvisamente che oscilla tra tende leggère ed ipotesi di luoghi che hanno già mura, pavimenti e soffitti.
A volte, costruire, diventa solo riempire di. E allora serve la fantasia. Giovane come un albero, legnosa come vino.
Tenevo fra le braccia stanchezza e compassione, allora, mentre piovevano recriminazioni che non sapevo gestire. Sfasciate nei gesti d’angoscia che non dimenticherai mai. Io li invocherò, invece.
Quante emozioni ci sarebbero da raccontare.
Se avessi provato a parlare – io – di qualcosa che poteva assomigliare ad una variazione di colore, ad una variabile in scala, ad una proporzione spropositata.
Accusa e difesa.
In memoria del giudizio.
Rinviate.
A data da destinarsi.
Entrambe.
Forse viaggiano in coppia.
E basta.
Non le si può scindere.
Pensavo all’incertezza che mi saliva dal collo. So bene che il respiro ha mancato qualche appuntamento, ma non so ancora se il coraggio l’ho avuto nel darmi ciò che volevi, o che volevo io.
Proiezioni.
Eppure ero viva come ora.
Eppure ero morta, prima.
Riecheggiavano in platea, dunque, accusa e difesa, a luci basse per paura degli applausi. Miei. Silenzio fra le mani. Con le contraffazioni di chi promette, rubando la voce ad altri, pensando che nessuno se ne accorgerà.
E invece no.
No.
Avrei scosso la testa.
Ad ogni bacio del vento che m’avesse fatto notare la forza.
Fragile. Che la fragilità m’è sembrata la corazza adatta per le mie lacrime in patria. Perché il merito non lo volevo, e nemmeno il riconoscimento.
Quello che spettava al presente, lo chiedo indietro di malavoglia. Ora. E forse è vero che non lo avrò, mai più, perchè non ne ho goduto prima.
Ciò nonostante rabbocco e smorzo, m’abbronzo di eventi che hanno il baricentro legato al palo. Stretto.
Perché la mia dote, quella sola che resta e mantiene qualsiasi forma d’espressione, l’ho regalata per il piacere di.
Messa a disposizione di.
Con la data di.
Faccio segno di sì.
Certe cose non hanno scadenza, non sono perse solo perché non le trovi più.
Credici.
Ci sono cose che hanno la consistenza di questa stagione.
Tipo te.

©

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