Giove e Venere.

Mi ero messa a cercare i fantasmi fra le ombre di quei giorni limpidi che non ne hanno.
Ovvio, tutti lo saprebbero.
Ma io cercavo come si cercano i falli di mano, durante il gioco, in pieno andare. Senza la consapevolezza del mio presente, senza le riserve della coscienza.
Cercavo.
Niente era ovvio.
Tendevo le braccia non per il volo, ma sentendo le costole ai lati del petto. M’immaginavo potessero aprirsi per farmi vedere finalmente quel cuore spaccato.
C’è stato – se proprio vuoi saperlo – un attimo o un barlume di razionalità a rotta di collo, che m’ha attraversato il controllo di calibrare spasmodicamente ruoli e comportamenti.
Me e gli altri.
C’è stato e l’ho lasciato andare, senza rabbia, senza mordere. Stringevo nelle mani le arrese rabbiose, quelle della difesa dal dolore, i gridi d’aiuto che si possono scambiare per minaccia.
Io attacco perché ‘dentro’ non è stato il consiglio giusto.
Perché fluire non è un verbo.
Non coincide con stare, tenere, sentire.
Prendere e lasciare.
Semmai.
Farsi porta e passante, entrare ed uscire.
Semmai.
Lasciarsi traversare.
Come una meditazione, come un pianto trasparente e un sorriso bagnato. Come l’opposto del rigido e la conservazione dell’umiltà. Come l’ultima prova – e la più sincera – di cosa si è disposti a fare. A rischiare.
Mi faccio fluire.
Non ho mai addentato anima o carne. Prima. Per aggrapparmi, se pensavo di morire.
Addentavo i lenzuoli ai bordi del letto. Più per solitudine che per disperazione.
Certe volte prendo ancora malamente – com’è forse normale che sia per tutta la vita – ciò che vedo di me frammentato e che desidero completare.
Con altro.
Allora lo vado cercando.
Segni del destino per chi non ha destinazione di nascita.
Vado per sentieri che disegnano immaginazioni a fiori e a stelle, sull’imbrunire che sorge tra l’azzurro ed il grigio. A volte hanno nomi di sangue, altre di amici, altri ancora di sorelle.
Giove e Venere.
Vado.
Sarà il momento più vicino.
Spingo gli sbagli finché la perfezione non s’apre come matura. Matura come lo sono stata, d’un presto che – eppure – m’ha donato molto da ragazza su zigomi più sporgenti d’ora e tesi uguale.
Non lo rimpiango, gli do valore.
Come vetrate di stazione, pulite abbastanza da racchiudere la sera.
Limpide.
I fantasmi non hanno ombra.
Com’erano le mie volontà che non sono mai cambiate – le mie – forse sovrapposte, bisognose di e per.
Confuse.
Frastornate.
Messe al bivio.
Di e per.
Un ricordo che non puoi ricordare.
E nemmeno dimenticare.
Un ricordo che conservi dentro.
Ed è tutto.
Un punto di riferimento.

©

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