Ecco.

Ignora il lato più lungo del triangolo.
Ché tre non è il numero perfetto.
Ti disegno un gatto seduto di schiena, coi baffi più lunghi della coda.
Io guardo da sempre gli angoli che si formano – da soli – o che vengono formati negli incroci degli sguardi.
Mi osservi di taglio mentre dico ‘ecco’.
Io mi vergogno, incessantemente, ed abuso dei colori delle rose, per ciò a cui non presto attenzione.
Ché prestare il fianco al contraente non attutisce gli strappi, a nessuno dei due, né ci rende migliori.
Difenditi.
Io vedo che ci sono distanze che non hanno distratto la mia riservatezza, nonostante le insistenze.
Vedo.
Che ho ascoltato più che parlare, che gli estremi non sono per forza lotte di potere.
Ho visto.
Che basta poco, oppure moltissimo, a starsi vicini, e che tirare o mollare non sono la spiegazione di tutti i mali.
Vedrò.
Che nuoce rispondere sempre ‘bene’ quando si chiede ‘come stai?’ e che la linearità di certi comportamenti presuppone l’imprevedibilità.
Allora in culo al prestabilito.
Che basterebbe stabilire in due per poi sorprendersi di tanto in tanto con qualcosa di felice, ad esempio, per arrivare ad esserlo veramente.
Eppure il freddo non sa di grigio quest’anno, e non mi confonde. Riaffiora l’ebrezza dello stringersi sotto ai cappotti, tra file pari alle casse del Mc Donald’s. O nei quartieri dai nomi romantici con le statuette del Presepe che non cambiano mai d’abito. Impronunciabili come ciò che non oso, di notte.
Ho più paura di svegliarti che degli incubi.
Ignorali.
Io finisco per esprimermi, come tutti, non preoccuparti. Tra cose che proseguono per compiersi e cose che hanno la forza dei punti zero. Tutti uniti, come ponti. Al posto di qualche posto – la variabile – chissà dove e Dio solo sa da quanti inverni, grigi sì, quelli, aspettano ancora. Impassibili.
Sussurrami, in piena notte, a costo che mi guardi, a gamba tesa e a costola indolenzita, fra le braccia tue e il mal di mare mio, in piena riva.
La luna, tra un dente e l’altro, mi fa venire il coraggio di svegliarti il sonno.
Ho bisogno.
Teneramente.
Di te.
Tre lati non fanno il quadro esatto, e le tue geometrie non hanno sbagliato niente. Non scusartene. Ancora ci provano a contare tutti e tutto perché niente e nessuno manchi. Nonostante i debiti e i rimborsi che non verranno.
Non li aspettare.
Io ci sono. E m’impressiono, alle volte, un po’ poco e un po’ parecchio.
Che è come dire molto, moltissimo, senza dirlo.
Perché l’impressione è buona. Tu sai di buono. Buona quanto te che mi cingi la penna con le dita.
Risalta sulle pareti nere quando spegni la luce.
E non va più via.
Addirittura.
Sei un bagliore continuo.
Se sia fortuna, sia, è ciò di cui è fatto il fato mentre annaspava e vinceva, non sapendosi comportare, temendo di prenderti male, abbozzando qualche sincerità di troppo, e tutti quei discorsi che non recupererò nemmeno scrivendo per i prossimi vent’anni.
Seduzioni ed ingredienti.
Che spaziano tra ciò che sanno tutti e quello che nessuno saprà mai.

©

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