Ancora e ancora.

Sono stata definibile.
In punta di bocche altrui, che m’auguravo assaggiassero e gustassero. Attaccata alla mente, sospesa nell’invariabilità del tempo, aggrappata ad un segnale, smossa da una goccia di pioggia.
Passi, anni e situazioni.
Anni, situazioni e passi.
Ora li so, senza contarli.
Camminavo spedita nei labirinti.
Mai al cento per cento dentro.
Mai al cento per cento fuori.
Mi sono sentita definire, matematicamente calibrare, senza motivo e senza correzione.
Lì, imbavagliata in aggettivi.
Inagibile.
Ciò che si può chiamare per nome di conoscenza, e per sete di condivisione. Se ci fosse curiosità.
Roca e fiera.
Soprana e soprannaturale.
Mi sono soprannominata tenerezza, da sola, licenziandomi i torti subiti.
Ho cambiato perfino i suoni.
Eppure mi hai trovata comunque.
Non ne ho mai fatto segreto, anche se mi sono fatta mistero, invece, asciugandomi la disperazione con le maniche bianche. Soddisfatte. Macchiate d’esperienze. Esattamente ripulite dei cambi di vedute e di rotte.
Ho inventato magie che rintoccano l’eredità delle persone, che schiacciano le perdite e si misurano continuamente nell’incertezza e nei consigli, nella fiducia e negli strapiombi.
Mi hanno detto che non ero comune, con un’insolita vena polemica al posto della giugulare.
Ho fatto segno di sì.
Hanno creduto gli dessi ragione.
Sono stata ciò che non sapevo d’essere.
Ho spaziato il confine di una parola sbeccata.
Mi sono tagliata per sbaglio, mi sono distratta dalla ferita, mi sono avvolta le braccia e ho consumato l’aria per illuminare la cera.
Quando ho capito che doveva solo scaldare, era già troppo tardi, ed era finito il sogno che mi si portasse per mano. Tra le mani. Con le mani. In alto.
Ma io sono, qui.
Ancora qui sono.
Cosa, lo svolgo col sorriso imperfetto.
Di sottecchi, sbilanciato, ingiallito.
Nicotina, mi dico.
E mi sciacquo la faccia, e sempre sorreggo la saliva che cola. Sempre mi fisso dritta negli occhi, e mi cerco nei raggi di un vetro immacolato.
Resisto a volte alle tentazioni, altre volte ci cado dentro per caderci.
Avvaloro gli spazi, e mi confronto col chiuso, stretto, strangolato, stipato silenzio.
Da un etremo mi arrischio, testa alta e schiena dritta.
Dall’altro mi acquatto, petto indentro e spalle a cuore.
Soffieresti sulle mie candele?
Compio l’età, compio la vita, compio le scelte.
Compio senza compiti e senza copione.
Certe volte copio il finale.
Me lo nascondo in gola e lo sotterro per sicurezza. Anche io instrettisco le capacità, le altezze, le profondità. Non ho lezioni da recitare, forse qualche personaggio che mi è radicato dentro per accompagnarmi a trovare i miei piaceri.
Poi lo riprendo, quando è ora, e sopravvivo un’esistenza in più.
La spalanco nel chiedere scusa, nel ricordare e nel dimenticare, nell’imparare e nel fare insieme, nel darmi spavento d’essere qualcuno a cui dire perdono, ti amo, è stato bello, lo rifacciamo, continua, stai tranquilla, sii incazzata, riposa.
Ho ascoltato ogni inappellabile parere, ogni inaccessibile diversità.
Sono ancora, qua.
Ancora qua sono.
Parlo come prima di bilico e di equilibrio.
Ricordami di accordare il volume.
Ascolto, certi giorni più lontane, altri giorni più vicine, le voci che mi superano, mi raddoppiano, mi dividono, mi avanzano.
E vorrei orchestrare il mare.
Come quando all’improvviso guardo in su, e mi si stacca l’anima dai vestiti.
O come quando ti dico, alla mia altezza e con la mia metrica, che sono per te.
Senza sovrapporre.
Senza disperdere.
Nella posizione di un sussurro che nuota dentro ad una bottiglia.
Un po’ miraggio.
Un po’ banale.
Un po’ senza promesse.
Un po’ per sempre.
Un po’ a dorso.
Un po’ sul fianco.
Solo per studiare il cielo.

©

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