Riccardo

Riccardo ha la carnagione amara.
Mi ricorda i segni di tabacco sulle dita di mio padre prima che io crescessi e lui smettesse di fumare. E l’odore di gelsomino che rampicava d’avorio sul balcone, fino al primo piano, senza perdere un solo centimetro. Appeso. Minuzioso.
Quand’ero giovane e non sapevo contenere né le lacrime né la gioia. Dispensavo ribellione al vento, come se piovesse rimprovero da tutte le parti.
Riccardo ha occhi splendidi, come se la meraviglia la lasciasse a chi sa vederla, a chi non si scoraggia e sa tenersi a mente senza guardarsi le dita delle mani. Mai. Nemmeno per concentrarsi.
Mi ricorda i miei voli. Io, che inciampo ancora dove fa meno male. Eppure ancora m’arrabbio e mi chiudo, come quando – a quell’epoca – smettevo di chiedere. Neve che nemmeno senti, quando ti tocca.
Riccardo ha un tono di voce che sfiora il metro e sessanta. Oltre, ha una sfida dolce che da del ‘tu’ senza mancare una sola volta di rispetto. Aggrotta la fronte subito prima di un sorriso, e vaga in cerca di formule letterarie che lo allontanino dalla geometria.
Ha un libro di Márquez sul comodino, e Dublino raccolta vicino alle cose che farà. Ha il biglietto per una mostra di Rodin che gli ha (in)segnato gli spazi tra l’innamoramento e il bisogno di essere felice. Un ricordo da chiamare segreto, mano a mano che i segreti diventano scalini che scendono.
Riccardo fa ‘sì’ con la voce.
Non muove un muscolo. È elastico come un ritornello incalzante. A parole è scaltro e fuga i dubbi come se non ne avesse.
Chi lo conosce cerca di capirne gli eccessi, di quel suo modo franco a presentarsi con le spalle aperte.
Riccardo non ha ore, tiene i minuti con incantevole romanticismo, e sfoglia i versi e le dinamiche. Le pesa, le misura. Però fatica a calibrare i colpi che infligge.
Quando spreme l’ultima goccia di giorno, arriva al succo dei problemi e si sente uomo. E la notte, allora, sa stargli accanto.
Perché Riccardo è solo.
Ha scelto così.
Ha passato una vita a buttate giù muri, e ora si gode tutta la meraviglia lasciata.
Agli occhi che bruciano e a quella sua pelle amara.
Mi ricorda le maniere che avevo di stare in mezzo alla gente. Agitata e confortevole. Con la purezza di chi sa perdersi conpletamente.
Che nasconde lidi profumati di sud. Mostrando fiordi norvegesi.
Vastità colorate d’aria in volto, per riprendere i sensi.

©

riccardo

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