Suddenly

Questo male che vedi, me lo sono fatta da sola. Ma non ti devi preoccupare, non serve crocifiggersi per un po’ di dolore.
Alle volte incrocio le braccia e sbuffo da sembrare aggressiva. Potresti chiamarla difesa se volessi studiarmi come un libro.
Fin qui ho evitato più che ho potuto, per non ferire chi sta al mio stesso punto d’arrivo, di parlare del pianto che prende gli impegni quando non si sanno mantenere. Ché quando son partita, ancora non avevo chiaro il desiderio di incarnare la fantasia che ho visto da sola.
Come un presentimento di cui nessuno si fida.
E non si lascia accadere.
Fa male la terra che trema, molto più di quando t’accorgi che è crollata.
A quel punto i piedi fanno. Cadono. O volano. Non hanno scelta.
Prima, invece, non si sa dove stare, che fare, come andrà a finire.
Perché si finisce sempre per crollare, prima o poi. E nessuno si spende a raccontare quanta pace e sacrificio ci siano nel crollare tra le braccia di qualcuno. Nessuno si spende a ricordare cosa sia e quanto sia e quanto dia una sentimento ricambiato.
Stupidamente, in passato, l’ho chiamato conforto. E solo ora mi rendo conto di quanto gli ho mancato di rispetto.
È molto di più.
L’attesa disturba la fine.
Prolunga la mareggiata, non permette la risacca.
Il nuovo mondo.
La scoperta.
Il viaggio.
La rinascita.
Si sta in procinto di disarmarsi, senza arrendersi mai davvero.
L’ho sopportato più di quel che dico. Quel tempo misto a luogo, che proprio tempo non è. Perché è immobile.
Un punto sospeso che blocca il divenire.
Un divieto che ci s’impone per paura di sentire tutto questo male. Male che dà il mal di mare.
La disperazione legata alle cose costruite, concrete, perse come se fossero collegate al nostro battito di cuore.
Ti osservano senza dire nulla.
È una possibile ingiunzione non considerata.
Arrangiati. Stai sicura che non c’è altro rimedio a questo.
No. Non lo accetto.
Ho imparato a poggiare le mani sui reni, a sentire i colpi delle stagioni che passano, a inghiottire i moralismi e le filosofie di chi non attua se stesso.
Ho voluto fortemente mettermi in gioco.
Quasi al limite della sfida, quasi con la spregiudicatezza di avere la verità in tasca.
Non l’avevo.
Avevo un carion e un porta gioie. Il primo non suonava più, il secondo era troppo pieno.
Avevo un uomo a cui voler bene, avevo un uomo che amavo.
Non riconoscevo la distinzione, e sognavo in sottofondo.
Cose belle.
Ma senza suono.
M’è mancata la musica che fanno i gabbiani quando passi la notte al porto aspettando il mattino giusto per imbarcarti.
M’è mancato qualcuno come me che capisse cosa significa essere disposti a cambiare, a parlare, a inventare, a cercare, a non arrendersi.
Per vivere.
Mi sei mancato tu.
Per sentire questo respiro lungo.
Che non importa più dove e quando.
Solo come.
Come aria e vento.

©

suddenly

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